08 giugno 2008

Manifestare


Ieri il Gay Pride a Roma e Milano, e stamattina l’incatenazione di due suore di clausura a un lampione ai confini tra il Vaticano e l’Italia. Esibizionismo, forma di protesta, tentativo di far sentire e valere i propri diritti. Le due suore, di 73 e 79 anni, alcuni anni fa sono state cacciate dal monastero da cui si erano allontanate per due mesi per motivi di salute, dicono, ma a quegli anni risale anche un’altra vicenda: un’ispezione ecclesiale che aveva rivelato varie irregolarità all’interno del monastero - di cui una di queste suore era priora - compresa la presenza di un uomo, il guardiano. Secondo le suore era indispensabile che il guardiano alloggiasse dentro la struttura perché erano tutte molto anziane. Chissà cosa risponderà la "santità" a cui rivolgono il loro appello.
Ieri a Milano si gridava "meno cardinali e più staminali" e a Roma c’era un cartello indirizzato a Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità: "Tu nuda sui calendari. Noi spogliati dei nostri diritti". Lei ha replicato che il Gay Pride "a Roma, nella capitale della cristianità, […] ha il sapore dello scontro ideologico contro chi, come la Chiesa, si oppone, a mio avviso giustamente, alle unioni omosessuali". E alla domanda di un giornalista "Ma se avesse un figlio omosessuale?" ha risposto "Cercherei di insegnargli a vivere questa condizione con naturalezza e sobrietà, senza eccessi né rivendicazioni inutili". Questo sarebbero le pari opportunità: sobrietà, ovvero silenzio, arrendevolezza, e sguardo rivolto verso il basso, possibilmente.

Link articoli:
"Gay Pride: fra feste e polemiche. A Roma "disturbo" dei neofascisti"
"Suore si incatenano vicino S. Pietro. Cacciate da convento di clausura"

04 giugno 2008

"I media rispettino il popolo ROM"




“"E a proposito di rom": nell' organizza zione favolistica che i telegiornali danno al succedersi delle notizie (se così possono chiamarsi) negli ultimi giorni almeno tre volte è capitato di sentire questa frase usata per legare tra loro fatti di varia luttuosità e violenza privi, nei tre casi, di un nesso specifico con gli zingari (in un paio con rumeni e immigrati)”.
Esordisce così Tullio De Mauro nell’articolo “L'Italia e gli zingari. Teniamo e vogliamo tenere i rom ai margini, e però rimproveriamo loro di essere marginali” di Internazionale di questa settimana.
La xenofobia passa anche, e soprattutto, per i media. Per questo riporto di seguito l’appello di alcuni giornalisti, ai giornalisti, per il rispetto dei Rom e delle minoranze.


"Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d'informazione riguardante il tema dell'immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali - come popolo - sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.

Purtroppo l'enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l'epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell'informazione e la politica inclini a offrire un capro espiatorio al malessere italiano.

Singoli episodi di cronaca nera sono stati enfatizzati e attribuiti a un intero popolo; vecchi e assurdi stereotipi sono stati riproposti senza alcuno spirito critico e senza un'analisi reale dei fatti. Il popolo rom è storicamente soggetto, in tutta Europa, a discriminazione ed emarginazione, e il nostro Paese è stato più volte criticato dagli organismi internazionali per la sua incapacità di tutelare la minoranza rom e di garantire a tutti i diritti civili sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Siamo molto preoccupati, perché i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia sia verso i rom sia verso gli stranieri residenti nel nostro Paese. Alcuni lo stanno già facendo, a volte con modalità inquietanti che evocano le prime pagine dei quotidiani italiani degli anni Trenta, quando si costruiva il "nemico" - ebrei, zingari, dissidenti... - preparando il terreno culturale che ha permesso le leggi razziali del 1938 e l'uccisione di centinaia di migliaia di rom nei campi di sterminio nazisti.

Invitiamo i colleghi giornalisti allo scrupoloso rispetto delle regole deontologiche e alla massima attenzione affinché non si ripetano episodi di discriminazione. Chiediamo all'Ordine dei giornalisti di rivolgere un analogo invito a tutta la categoria. Ai cittadini ricordiamo l'opportunità di segnalare alle redazioni e all'Ordine dei giornalisti ogni caso di xenofobia, discriminazione, incitamento all'odio razziale riscontrato nei media".

Promotori:
Lorenzo Guadagnucci, giornalista Firenze
Beatrice Montini, giornalista Firenze
Zenone Sovilla, giornalista Trento

02 giugno 2008

Piras/Peròn


C’è in Sardegna chi crede o ha creduto che il dittatore argentino Juan Peròn fosse in realtà il sardo emigrato Giovanni – Giovannicco – Piras, nato a Mamoiada. Questa storia la sento da anni, e l’ho sempre considerata una leggenda. Non ho mai approfondito perché, totalmente disinformata, pensavo partisse semplicemente dalla somiglianza dei nomi. Invece non è così. Ci sono degli indizi nella vita di Juan Peròn che fanno sospettare avesse origini sarde ed è misteriosa la scomparsa di Giovanni Piras, di cui la famiglia non ha saputo più nulla a partire dagli anni Venti - quando si ipotizza la Sostituzione di persona. Sto leggendo il libro di Giovanni Maria Bellu, giornalista di Repubblica, “L’uomo che volle essere Peròn”. Il protagonista, che è un giornalista sardo come l’autore, indaga su questa leggenda-sospetto percorrendo la strada di altri che prima di lui vollero crederci e trovarono coincidenze inquietanti, indizi più simili a prove che a casualità. E incontra persone che conobbero Peròn, come Licio Gelli, e altre che conobbero Piras. Non ho finito il libro, non so ancora come il mistero si risolva, ma ci sto credendo pure io, son caduta nella trappola. Perché è quasi impossibile non lasciarsi trascinare dalle coincidenze e soprattutto dal fascino che portano con sé i casi di scambi di persona, d’identità (ri)costruita. Come il caso dello Smemorato di Collegno, quel misterioso individuo conteso da due mogli – e due famiglie - che secondo le “prove scientifiche” era Mario Bruneri, ma si proclamerà, fino alla morte, Giulio Canella. Venendo a conoscenza della vicenda dal libro “Lo smemorato di Collegno” che non vuole essere né bruneriano né canelliano, non riesco a essere razionale e farmi convincere dalle impronte digitali e da tutte le altre prove che condannano lo smemorato ad essere il truffatore Bruneri, perché sotto sotto spero che fosse quello che lui si era convinto di essere, desiderava essere, di cui aveva assunto l’identità, fino alla fine.

18 maggio 2008

spazzatura elettronica



L'impatto ambientale dell'alta tecnologia è fortissimo sia per le emissioni di Co2 - nella fabbricazione, utilizzo e smaltimento - sia per il problema dei rifiuti elettronici.
Le stime dell'Onu parlano di 20/50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno. Della maggior parte di questi si perdono le tracce. Esiste un mercato dei rifiuti elettronici molto pericoloso: i paesi ricchi se ne sbarazzano vendendoli, a prezzi molto più bassi di quanto costerebbe loro smaltirli, ai paesi privi di leggi che tutelano i territori. La ong Basel Action Network lavora per combattere l'esportazione dei rifiuti elettonici e tossici dai paesi industrializzati a quelli poveri. Dalle sue inchieste emerge che in particolare India, Cina e Nigeria stanno diventando discariche a cielo aperto. Le persone del posto, anche bambini, lavorano senza nessun tipo di protezione in queste discariche tossiche per recuperare i materiali più preziosi. Poi computer, televisori e telefonini vengono bruciati a cielo aperto, liberando sostanze tossiche che hanno conseguenze devastanti sull'ambiente e sulla salute delle persone.
Il problema dev'essere ripensato a monte: costruire prodotti con materiali non nocivi e progettati per essere facilmete riparati e disassemblati. Soprattutto dev'essere chiaro che ogni prodotto elettronico diventa un rifiuto da smaltire quindi il problema è la quantità, bisogna puntare sulla qualità e sull'efficienza, produrre il meno possibile e prendersi la responsabilità dello smaltimento, a casa propria.

15 maggio 2008

Mooncup


Questa è la rivoluzione, per le donne.
Una "coppetta mestruale" invisibile, pratica e sicura. Parlo come un messaggio promozionale perché sono davvero entusaiata. Niente più assorbenti che inquinano, costano, e non sono salutari al 100 per cento - visto che vengono sbiancati con prodotti chimici. Hai la tua coppetta in silicone anallergenico e sei tranquilla, per anni. Nessun filetto che - in acqua per esempio - ti mette a contatto con batteri esterni, niente più irritazioni. Nessuna valletta la sponsorizza, quindi è molto poco conosciuta e venduta solo in una trentina di negozi in Italia. Il distributore ufficiale è La Bottega della Luna. E' davvero l'unica soluzione per non inquinare, se non si vogliono utilizzare stracci che poi si devono lavare.
L'Internazionale ne ha parlato circa un anno fa nella rubrica Ethical Living in "E' ecologico usare i tampax?", un articolo molto interessante.

14 maggio 2008

Un 8 per mille più democratico

Io non trovo giusto che l'otto per mille si possa devolvere soltanto alla Stato oppure a una confessione religiosa, mentre a lottare per il cinque per mille siano tutte le Onlus, le associazioni di promozione sociale, le università, gli enti della ricerca scientifica e sanitaria. E tanto meno posso accettare che l'otto per mille vada in gran parte alla Chiesa Cattolica, perché non mi viene in mente nessuna multinazionale più ricca di questa. Quindi ho subito firmato l'appello "Un 8 per mille più democratico" con cui si chiede a tutti i contribuenti di devolvere l'otto per mille alla Chiesa Evangelica Valdese.

Culture Jamming


Càpito in www.adbusters.it e leggo "La pratica del Culture Jamming (interferenza culturale) consiste nel trarre spunto dalle campagne dei grandi marchi internazionali stravolgendone il messaggio originario attraverso l'ironia, il paradosso e lo straniamento.Lo scopo è quello di evidenziare le strutture del potere e valori socialmente, ecologicamente e culturalmente negativi che si annidano nel mondo della comunicazione e in particolare nei messaggi pubblicitari delle grandi corporations globali". E mi viene in mente un video che conosco molto bene, che stravolge quello della Dove, saponette, bagnoschiuma, shampoo, per intenderci. In uno spot della Dove una mamma parla con sua figlia per metterla in guardia dai messaggi - che riceverà da tutti i media - che riguardano la bellezza. Per la bellezza autentica, quella delle forme, non delle ossa, del sorriso, della purezza. Soprattutto il messaggio che la mamma vuole dare alla figlia è quello dell'accettazione di come si è, di non pretendere la perfezione, la bellezza malata e frustante. Bello, bellissimo tutto questo. Però la bellezza è anche del mondo, della natura, degli habitat, delle foreste pluviali, delle torbiere indonesiane. Il marchio Dove appartiene alla multinazionale Unilever, come anche Flora, Algida e moltissimi altri. Dentro i prodotti dell'Unilever - margarina, gelati, saponi, detersivi - c'è l'olio di palma che proviene in prevalenza dalla Malesia e Indonesia. Qui succede che, per lasciare spazio alle piantaggioni di palma da olio, le foreste preesistenti (torbiere) vengono distrutte e bruciate. Quindi: emissioni di Co2 in grandissime quantità (quelle che erano trattenute delle torbiere più quelle degli incendi) e distruzione dell'habitat per moltissimi animali, tra cui gli oranghi che se tutto questo non si fermerà si estingueranno in una ventina d'anni. Nel sito Deforestazionezero.it - di Greenpeace - si trovano tutte le informazioni e le foto agghiaccianti.